Le lenti fotocromatiche si evolvono

Le lenti fotocromatiche sono lenti che, quando esposte alla luce del sole, si scuriscono, per poi ritornare allo stato di trasparenza iniziale quando non più esposte ai raggi UV. Questo comportamento fa sì che anche con le lenti da vista si può contare sulla protezione dei nostri occhi, come con gli occhiali da sole.

Prima delle lenti fotocromatiche ci si alternava gli occhiali da vista con quelli da sole graduati, oppure si usavano quegli occhiali con le doppie lenti sovrapposte: all’occorrenza si alzavano o si abbassavano le lenti da sole che si sovrapponevano alle lenti da vista: e quando si sollevavano, tramite l’apertura a libro, sembrava di avere gli occhiali con la visiera. In verità, esistono tutt’ora delle versioni vintage per chi ama quello stile.

Chi invece rincorre le novità ed è proiettato nel futuro probabilmente sta già aspettando le lenti a contatto fotocromatiche, ma nel frattempo può affidarsi a ciò che il presente può offrire in termini di miglior tecnologia disponibile.

Giorgio Foto Ottica ha scelto il produttore Hoya, e propone le lenti Sensity 2 che quest’anno si migliorano ulteriormente, soprattutto per diventare 2 volte più veloci nello schiarimento.

Le lenti fotocromatiche Sensity assicurano visione confortevole in qualsiasi condizione di luce. Allo stesso tempo, le lenti Sensity, sensibili alla luce garantiscono contrasto, senza alterare la percezione dei colori. E’ possibile scegliere tra tre colorazioni intense e naturali sviluppate da specialisti del colore in linea con le ultime tendenze delle lenti da sole, così da garantire un look alla moda: il grigio neutro “Grigio Silver”, il più appariscente “Marrone Bronze” e il vivace e leggermente intenso “Verde Emerald”.

E’ importante assicurare non solo il massimo comfort ma anche la migliore protezione. La Stabilight Technology garantisce prestazioni costanti in tutte stagioni, situazioni e condizioni climatiche. Non solo si scuriscono come una lente da sole di categoria 3 ma diventano estremamente chiare non appena diminuisce l’intensità della luce. Durante queste rapidi cambiamenti, vi è comunque la protezione totale dai raggi UV.

Gli occhi si strizzano

Strizzare è l’atto di stringere in modo eccessivo, torcere fortemente qualcosa in modo da farne uscire il liquido di cui è imbevuto.

L’immagine potrebbe essere quella della lavandaia di un tempo (prima delle lavatrici e delle asciugatrici) che annodava abilmente le lunghe lenzuola prima di stenderle per asciugarle al sole. Oppure, potrebbe essere l’immagine dello psicanalista che seduto su una comoda poltrona, strizza il cervello della persona in cura, e senza toccarla con un dito.

E poi ci sono gli occhi, che vengono strizzati (ma non letteralmente) seppur per non farne uscire il liquido in cui è imbevuto.

L’occhio si strizza per fare l’occhiolino, un accenno con gli occhi con certi particolari movimenti del viso.

L’occhio si strizza per ammiccare, come cenno d’intesa di chi vuol far intendere qualcosa non ancora espressa, con o senza malizia.

L’occhio si strizza quando si gioca a carte per segnalare al proprio compagno che si ha in mano l’Asso di briscola.

L’occhio si strizza anche delicatamente, come un accenno al chiudere gli occhi, con l’intenzione di focalizzare meglio ciò che si sta guardando.

E’ il modo istintivo con cui il miope cerca di aumentare la profondità di fuoco: socchiudendo gli occhi, le palpebre fanno da diaframma ed escludono i raggi che, per la loro angolazione, non riuscirebbero ad arrivare alla retina. Così si percepisce un’immagine più nitida.

E, curiosamente, il termine “miope” deriva dal greco “mýops”, composto da “mýo” chiudersi e “ops” occhio.

Gli occhiali possono essere una maschera

Arlecchino, Pulcinella, Pantalone, Brighella, maschere popolari della commedia dell’arte che ha avuto gran successo nell’Italia del Cinquecento. Sono la rielaborazione di maschere di più antica tradizione, e che in origine rappresentavano le fattezze e le caratteristiche degli animali.

Nel teatro greco, le maschere avevano la funzione di caratterizzare e rendere riconoscibili i vari personaggi: il ricco, il vecchio, il cattivo e così via. La maschera probabilmente aiutava a nascondere la personalità dell’attore e agevolava quest’ultimo ad entrare maggiormente nella parte della finzione scenica.

Anche oggi, senza ricorrere alla teatralità di una maschera, ci si può nascondere e fingere di essere un altro, indossando anche solo semplicemente un paio di occhiali da sole.

Alcuni studi hanno anche provato a dimostrare l’effetto che provocano gli occhiali da sole, sostenendo che favoriscano un maggiore distacco emozionale con la persona che si ha di fronte, danno sicurezza e facilitano la finzione e la capacità di raccontar bugie. Del resto gli occhiali da sole nascondono gli occhi, che sono considerati lo specchio dell’anima.

Non solo gli occhiali da sole, ma anche semplici montature, con lenti non graduate, possono essere sufficienti a creare un muro immaginario che protegge la persona che le indossa, conferendole un alone di mistero e anche un pizzico di intelligenza in più.

Naturalmente l’uso degli occhiali non ha solo risvolti psicologici. Ovviamente gli occhiali sono innanzitutto uno strumento indispensabile per la vista, ma sempre più anche un accessorio fashion che ognuno di noi sceglie anche in base alla propria idea di se stesso e ad una propria immagine che si vuole mostrare agli altri.

Buon Carnevale a tutti !!!

L’occhio … costa un occhio della testa

Quando ci si riferisce a qualcosa con un valore molto elevato, ad una cifra astronomica, oppure a qualcosa che non ha prezzo, o è praticamente incalcolabile, allora si usa l’espressione “costa un occhio della testa”.

A calcolare il valore di un occhio ci aveva provato qualche anno fa un tribunale, al fine di stabilire una somma per il risarcimento di un incidente di un bambino, e aveva sentenziato poco più di trecentomila euro.

Il modo di dire, comunque, non si riferisce ad una cifra in denaro ma a un costo in senso lato, come ad una perdita che non può essere più recuperata.

Sembra che a coniare l’espressione sia stato un condottiero spagnolo. Il conquistador Diego de Almagro perse veramente un occhio per essere stato colpito da una freccia indigena durante l’esplorazione del Perù nel XVI secolo (intorno al 1525). Pare quindi che disse proprio che la sua impresa di difendere gli interessi della Corona gli era costata un occhio della testa (in spagnolo “costar un ojo de la cara”).

Molto tempo prima (ma senza essere conosciuto per questo), anche Annibale, il condottiero che attraversò gli Appennini con gli elefanti durante la Seconda Guerra Punica, perse un occhio tra le grosse difficoltà che incontrò nelle paludi dell’Arno: “Annibale scampò a stento, con grande pena, sull’unico elefante sopravvissuto, molto sofferente per una grave forma di oftalmia che lo aveva colpito, a causa della quale gli fu infine anche tolto un occhio…”. 

Anche in inglese c’è un’espressione che si rifà ad origini belliche per definire sempre un qualcosa con un prezzo troppo alto, come l’enorme costo di una guerra da parte di molti soldati: nello slang e in modo figurativo si dice “to cost an arm and a leg” (costare un braccio e una gamba).

C’è quindi anche un significato relativo alle difficoltà di una situazione, in condizioni tragiche, dure e violente: dove i combattenti avrebbero comunque potuto pensare che sarebbe stato meglio perdere un occhio che la testa.

Pin-occhio non è solo un pinolo

Se si cerca il significato della parola pinocchio, i dizionari indicano che si tratta del pinolo. Si, il seme di alcuni tipi di pini: quei semi affusolati bianchi e oleosi tipici della ricetta del pesto ed immancabili nel castagnaccio, nello strudel e nella caponata siciliana.

Nella storia del burattino, invece, Geppetto diceva “Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.”

Sarebbe anche lecito pensare che Pinocchio, nascendo da un pezzo di legno, fosse in qualche modo legato ad un Pino, al suo seme e quindi a nuova vita. 

Ma quell’occhio finale spinge a fare altre ipotesi, fino a quelle esoteriche che vedrebbero l’allusione alla ghiandola pineale, il terzo occhio (occhio-pineale) interiore, da non confondere con quello della fronte. Ghiandola che secondo la visione cartesiana sarebbe la principale sede dell’anima: quale miglior strumento per animare anche un pezzo di legno?

Un personaggio e una storia con un’affascinante concentrato di simbologia (degna di una loggia massonica, alla quale forse apparteneva Collodi) che ispira da più di 100 anni una vasta cinematografia a livello mondiale, e che si rinnova fino ai giorni nostri.

Geppetto ha quindi avuto ragione (ci ha visto bene!) nel dare il nome di Pinocchio, dicendo: “Questo nome gli porterà fortuna”.